Sumatra selvaggia: le Gayo Highlands e il trek a Ketambe

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( Sumatra, Indonesia )

A questo punto, pur con pochi giorni ancora a disposizione, decido di attraversare la parte più selvaggia dell’isola, raggiungere di nuovo Parapat e infine Bukittinggi, che era uno dei miei principali obiettivi di questo viaggio a Sumatra. Questa zona interna di Aceh è realmente incontaminata ed è famosa per le piantagioni di caffè degli altipiani e per i rari animali che popolano le giungle: non solo orang utan ma anche le famose tigri di Sumatra ( più piccole di quelle indiane ), elefanti e i rarissimi rinoceronti ( anch’essi più piccoli di quelli africani, pelosi e purtroppo vicinissimi all’estinzione ). Il parco del Gunung Lauser, che si trova nella parte meridionale di Aceh, è stato dichiarato patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO.

Uno dei ragazzi di Oong mi da’ un passaggio in moto per il porto, dove trovo senza problemi posto sulla prima slow boat della giornata. Mi aspetta molto probabilmente un lungo giorno di viaggio: una volta arrivato a Banda Aceh voglio provare a trovare un minibus per Takengon, il capoluogo delle Gayo Highlands. Grazie ad un colpo di fortuna ne trovo uno che sta per partire, e alla prima sosta scopro con stupore che i due stranieri sul posto davanti sono italiani: sono i primi che incontro dopo più di un mese di viaggio qui a Sumatra. Sono una simpatica coppia siculo-pugliese e si sono conosciuti in Australia, dove hanno passato gli ultimi due anni con il WHV. Al momento sono in cerca di loro stessi tra l’India e il Sud Est Asiatico. I nostri programmi per i prossimi giorni sono simili, quindi decidiamo di viaggiare insieme fino a Parapat. Queste strade di montagna sono fantastiche ( anche se in pessime condizioni ), ma oggi il tempo non è molto clemente e il panorama è limitato, anzi ad un certo punto inizierà a piovere e non vedremo più nulla. Ma la parte più bella di questa strada dovrebbe essere quella tra Takengon e Ketambe, speriamo che il tempo migliori nei prossimi giorni. Ci ferma la polizia, ci perquisiscono ma sono gentilissimi, e conoscono pure Palermo!

Takengon è una città molto carina, ed escludendo una vecchia arcigna che ci ha cacciato in malo modo quando abbiamo chiesto una stanza alla sua guesthouse, la gente è gentile e molto simpatica. E’ abbastanza evidente che qui vedono pochi stranieri che girano per la città e qualcuno ci guarda con curiosità. C’è un bel lago, qualche casa tradizionale gayo e intorno verdissime colline. Decido di salirne una, dove sulla cima c’è una scritta “Gayo Highlands” uguale a quella di Hollywood e che offre un bellissimo panorama quasi “alpino”.

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I Gayo sono un gruppo etnico molto interessante, diversissimo da quelli che ho finora conosciuto a Sumatra e a Nias, del quale in realtà si sa molto poco, anche perché hanno vissuto gran parte della loro esistenza in un luogo realmente molto remoto ( e anche oggi non è che sia poi così facilmente accessibile, soprattutto i villaggi più piccoli ). Probabilmente anche loro vengono da qualche altra isola del Sud Est Asiatico o dell’Estremo Oriente, e in tempi più recenti vennero conquistati prima dai Malay e quindi nel novecento dagli olandesi. Popolano tutta la zona centrale di Aceh, che è costituita da un vasto altopiano, da giungle impenetrabili e dalle montagne selvagge del gruppo Bukit Barisan, che è la catena di origine vulcanica che taglia da nord a sud l’isola di Sumatra. Sono musulmani ma molto meno tradizionalisti degli acehnesi, e anzi come i Batak continuano a praticare anche l’animismo tradizionale. Sono quasi tutti agricoltori e molti coltivano il caffè, che secondo vari esperti è una delle migliori qualità di arabica del mondo. Una delle particolarità di questo gruppo etnico è che parlano una lingua che non ha una forma scritta, quindi tutto ciò che è relativo alla loro storia, alle tradizioni e alla religione si è tramandato per secoli solo in forma orale. Oggi ovviamente tutto è cambiato perché la gente parla anche il bahasa indonesia e i più religiosi l’arabo.

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Come previsto la seconda parte di viaggio è stupenda, entriamo nella vera giungla e attraversiamo bellissime zone con alberi secolari e liane. Ci fermiamo anche ad assaggiare il caffè in un villaggio di contadini: molto buono anche se sarebbe da provare con la moka, qui lo fanno semplicemente aggiungendolo all’acqua calda. L’autista è un tizio veramente strano, per la prima parte andava piano poi ha iniziato a parlare al cellulare ( probabilmente con la moglie o con la fidanzata ) e ad un certo punto correva come un pazzo. Fortunatamente a Blangkejeren ( dove compreremo degli ottimi salak, conosciuti anche come frutti-serpente, qui a Sumatra sono ottimi ) ci hanno trasferito su un’altra auto collettiva. Arriviamo infine in serata a Ketambe, un piccolo villaggio fino a poco tempo fa sconosciuto che sta acquisendo popolarità grazie ai trekking nel parco del Gunung Lauser. Sappiamo che ci sono solo 4 guesthouse quindi decidiamo di vederle tutte e scegliere la migliore, anche in base all’offerta per un possibile trek. Tre sono molto belle e hanno prezzi simili, ma nell’ultima ci fanno uno sconto e sembrano sapere il fatto loro per quanto riguarda l’organizzazione dei trekking nella giungla, quindi accettiamo e prendiamo 2 bungalow per 4 euro l’uno. Dopo un giorno di cazzeggio nel quale cercheremo invano di raggiungere una cascata che si trova dietro la guesthouse, la sera imbastiamo la contrattazione per il trek: non abbiamo le idee molto chiare, e i prezzi sicuramente sono alti per i nostri standard di viaggiatori mezzi morti di fame, ma alla fine riusciamo a spuntare un buon 30% di sconto e decidiamo di fare un trek di 3 giorni con 2 notti in tenda nella giungla. In rete avevo letto che si poteva anche fare qualcosa senza guide, ma secondo me senza mappe disponibili ti perderesti quasi sicuramente, anche se rimanendo nel raggio di 1-2 chilometri in effetti qualcosa si può organizzare anche da soli. Probabilmente ci uniremo ad un altro gruppo composto da una ragazza olandese, un francese e un tedesco, anche se avremo una guida solo per noi 3. Loro però hanno organizzato tutto a Berastagi, hanno una guida professionista ( un tizio testimone di Geova veramente esilarante, ma secondo me pessimo come guida, anche se vantava esperienza decennale ) e due del posto, e ovviamente hanno pagato molto più di noi.

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Siamo stati abbastanza fortunati perché abbiamo visto gli orang utan ( con un gibbone nero ) il primo giorno, ma nei giorni successivi  poi abbiamo visto ben poco, solo varie scimmie e uccelli. Qui in questa parte del Gunung Lauser NP gli orang utan non sono così semplici da vedere come nel Bukit Lawang o nei parchi del Borneo Malese: non vengono nutriti, non sono abituati agli esseri umani e non scendono mai dagli alberi, quindi ci si può scordare la classica foto ricordo vicino al simpatico primate. Certo le guide sanno più o meno dove hanno i nidi e ci sono buone probabilità di incontrarli, ma ci vuole anche una buona dose di fortuna. E’ stata però un’esperienza molto più autentica di quella che avevo vissuto vicino Kuching, che mi era sembrata più simile a quella di uno zoo senza gabbie. La giungla è molto bella ma non ci siamo addentrati molto, alla fine abbiamo fatto base vicino ad un impetuoso fiume e abbiamo girato nei dintorni seguendo sentieri abbastanza battuti in cerca di animali. Quella che ho visto nel Borneo, soprattutto nelle Kelabit highlands, era decisamente più affascinante, con alberi molto più alti e un’atmosfera più selvaggia ( e molte più sanguisughe ). E in più in quella giungla c’ero solo io nel raggio di decine di chilometri, mentre qui a Ketambe c’erano altri 2 gruppi in un altro campo vicino, un totale di una quindicina di persone in tutto. Secondo me se si vuole provare un’esperienza simile da queste parti bisogna fare un trek di almeno una settimana/10 giorni, mollare il giro classico e penetrare nella zona più selvaggia del parco ( e salire magari il Gunung Lauser, uno dei vulcani più selvaggi dell’isola ). Ma sarebbe un trek più impegnativo e molto meno a buon mercato, e tra guide e portatori si finirebbe per spendere parecchio.

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In più la nostra guida, malgrado fosse giovane e simpatico, era abbastanza scoglionato e una volta fatto il “compitino” ( averci fatto vedere gli oranghi ) dopo due ore di cammino era già stanco e voleva tornare al campo. Così alla fine abbiamo passato più tempo a bere tè e a fumare canne che a cercare animali. In ogni caso l’esperienza di dormire nella foresta vergine resta sempre qualcosa di fantastico, è qualcosa che va provata almeno una volta nella vita se si è veri amanti della natura.

Gli altri tre “westerners” si sono rivelati abbastanza simpatici, soprattutto il francese e il tedesco, e insieme alle guide abbiamo passato delle belle serate sotto la tenda comune. Ogni giorno dalle 3-4 iniziava a piovere quindi non c’era molto da fare se non riposarsi e raccontarsi storie di viaggi. Tra gli highlights di questo trek sono da segnalare la salita all’interno dell’albero cavo ( io solo un pezzo mentre la guida e Alberto sono saliti quasi fino alla cima ), l’attacco di uno sciame di vespe ( io ho avuto la peggio, con qualche beccata anche in faccia ), il secondo bellissimo campo con le sorgenti calde, il minitrek alla splendida cascata con due avventurosi guadi di fiume ( e qui senza l’aiuto della nostra guida gli altri non sarebbero passati, la loro guida “esperta” se avesse cercato di passare da solo lo avremmo trovato a valle ), e il terremoto. Sì un vero terremoto ( l’olandese era tutta eccitata, non aveva mai provato una scossa in vita sua ), anzi due, che a me sono sembrate poco più di due scosse di assestamento del terzo/quarto grado ma che poi una volta tornati a Ketambe scopriremo essere stato molto forte ( oltre l’ottavo grado ) con danni a Banda Aceh e panico tsunami in tutte le città della costa.

info utili:

Minibus Banda Aceh-Takengon: 9 ore, 80.000 rupie

Hotel Gayo Land: 70.000 r

Auto collettiva Takengon-Ketambe: 10 ore, 120.000 r

Pak Mus guesthouse: 40.000 r

Trekking: 700.000 r per 3 giorni tutto compreso ( guida, permessi, tenda e attrezzatura, viveri )