Bagan

( Myanmar )

Una città fantasma tra oltre 2000 pagode in gran parte abbandonate da secoli. Difficile trovare qualcosa nel mondo di più mistico e poetico.

In realtà non ho molto da scrivere su Bagan, ma è un posto talmente affascinante che merita sicuramente un suo post. Eviterò comunque di descrivere a lungo la città o di fare dei copia/incolla da altri siti web, come fanno molti blogger. Meglio postare qualche foto in più, anche se nemmeno le migliori rendono giustizia alla bellezza del posto, perché questo è un complesso molto esteso che non ha un monumento principale, come nel caso di Angkor.  E’ sicuramente uno di quei classici luoghi che fanno parte di quell’esclusivo “club” delle 7 o 10 o 20 ( a seconda dei gusti ) meraviglie del mondo.

A Bagan ho fatto un po’ il turista-ciclista faidate, girovagando tra le rovine e i villaggi per 4 giorni con una vecchia bici con freni a bacchetta. A guidarmi una ancor più vecchia ma ben dettagliata mappa che avevo trovato in una guesthouse in Thailandia.

Una sera un vecchio mi affianca in bicicletta e mi chiede se voglio visitare la “sua” scuola. “perché no”, gli dico, e lo seguo. In fondo ad un vicolo c’è una casupola diroccata con una veranda e una paio di stanze. In una di queste ci sono 5 bambini seduti nei banchi davanti ad una lavagna. Il vecchio mi offre come di consueto del tè verde e mi racconta un po’ la storia di sé e della sua scuola, che a quanto pare è gratuita e autogestita. C’è però qualcosa che non  mi quadra, questo insegnante non ha il solito atteggiamento gentile spontaneo dei birmani e infatti con un abile giro di parole inizia a parlarmi di difficoltà economiche, di bambini bisognosi… Poi prende un foglio di carta e inizia a fare dei conti: 100 quaderni, 100 penne, libri, zainetti… totale 15000 kyats, che dovrei dargli io ovviamente. Sono solo 15 euro e se me li avesse chiesti in un altro modo magari glieli avrei anche dati, ma non sopporto chi cerca di “arrotondare” in questo modo, pensando che noi occidentali siamo tutti degli sciocchi pieni di soldi.

Il secondo giorno vado a pranzo nell’ottimo ed economico Fuji restaurant e incontro per la terza volta Lee, che sta chiacchierando con un ragazzo tedesco molto simpatico che parla italiano e da anni passa le sue vacanze in toscana. Sta facendo il classico RTW ma con un itinerario un po’ diverso da quello ormai standard che il 90% dei giovani fanno. Passerà diversi mesi in Africa e quindi mi permetto di dargli qualche consiglio. Ci mettiamo d’accordo per vederci a cena, un thali nel ristorante indiano vicino alla loro guesthouse. No like no pay, questo il motto del locale.

Sarà una delle serate più divertenti vissute in questo viaggio. Oltre ai due tedeschi e Lee c’è anche un ragazzo americano della Georgia e Aron, il malese simpaticissimo conosciuto a Nyaung Shwe. Ha 62 anni e fuma hashish e marjuana quasi ogni giorno, spesso col figlio trentacinquenne. Molti anni fa si trasferì a Berlino dove vive ancora oggi, separato dalla ex moglie tedesca. Per l’occasione decide di offrire una bottiglia di Chivas Regal 12 anni.

Il thali è davvero buono e servito come da tradizione sulla foglia di palma, ma le cameriere non parlano hindi. Siamo tutti degli ottimi viaggiatori e ovviamente la serata è all’insegna di varie storie e aneddoti vissuti nei paesi visitati, tra risate e bicchieri di whisky e birra. Tutte le nostre avventure sono interessanti e avvincenti, ma quando Aron ci racconta la storia di come lasciò la Malesia per tentare fortuna in Europa, restiamo letteralmente a bocca aperta: è una delle storie più incredibili che abbia mai sentito e se l’avessi letta in un libro o su internet l’avrei subito classificata come una gran balla. Negli anni 70, mentre i primi hippies provavano timidamente i primi viaggi overland dall’Europa all’India, un marinaio malese decide di lasciare il suo paese ( all’epoca molto povero ) e tentare la fortuna in Occidente, compiendo un viaggio simile ma in senso contrario. Sembra un viaggio impossibile, solo attraversare tutta l’India e il Pakistan in quegli anni doveva essere un’impresa al limite della follia. In ogni caso dopo varie incredibili peripezie arrivò in Italia ( con un peschereccio ) dove fu arrestato e poi rilasciato da alcuni simpatici poliziotti. Infine raggiunse la Svizzera dove trovò amore e fortuna.

Verso mezzanotte, pressati dall’indiano che vuole chiudere, ci salutiamo, inforchiamo le bici e torniamo verso le guesthouse. L’americano mi invita per un’ultima birra sulla terrazza del suo hotel, dove ci sono altri viaggiatori di varie nazionalità, tra i quali una simpatica ragazza indiana che vive a Londra che incontrerò poi di nuovo a Mandalay. Discutiamo animatamente di vari argomenti, povertà e volontariato, economia e sviluppo sostenibile, turismo e backpackerismo moderno. Un altro americano che vive da due anni in Tailandia sostiene che i Thailandesi sono tutti falsi e interessati solo ai soldi, ovviamente io non sono d’accordo e ne nasce una piccola discussione.

All’una torno alla mia guesthouse e trovo la sorpresa: mi hanno chiuso fuori, c’è un grosso lucchettone nel cancello! Non c’è nemmeno il campanello nè un portiere, e mi tocca scavalcare un muro alto più di due metri, rischiando di rompermi una gamba…