La vita scorre lentissima nel Laos Meridionale

champasak

E’ una delle prime cose che senti dai viaggiatori quando si parla di Laos: la vita è lentissima, tutti sembrano rilassatissimi, perfino il tempo sembra scorrere più lento. E un po’ come accade in molti Paesi del mondo, il Sud è la parte più rilassata: fa più caldo, la vita dei contadini è un po’ meno dura, la gente sembra avere poche preoccupazioni e nessuna cosa urgente da fare. Non che in Cambogia ci sia molta gente che corre o che si affanna, ma il Laos del Sud sembra veramente un mondo anestetizzato, e la differenza si nota abbastanza chiaramente.

Devo premettere che sono arrivato in Laos abbastanza scoglionato, viaggiare in questa parte del Sud Est Asiatico non è poi così eccitante o avventuroso come dicono alcuni, e dopo vari viaggi da queste parti ci si annoia abbastanza facilmente. In realtà dopo la Cina l’idea era evitare di fare il solito giro e fermarmi per due o tre mesi da qualche parte o al massimo vedere solo quei 3-4 posti più noti, ma poi non so perché alla fine sono finito nel banana pancake trail e non sono più riuscito ad uscirne. Alle volte sono proprio convinto che i miei viaggi abbiano una vita propria e non c’è verso di decidere di cambiarli una volta che hanno preso la loro strada. Dopo un paio di mesi tra Vietnam e Cambogia quindi ero abbastanza stanco e ho deciso di sfruttare l’ambiente tranquillo del Laos per riposarmi.

Un posto perfetto per godersi questo sonnolento Laos del Sud, molto più delle 4000 isole che comunque sono addomesticate per gli occidentali,  è Champasak, una piccola città sul Mekong dove non c’è nulla e non succede mai nulla. Arrivarci però non è stato semplice, una volta lasciata Don Khon a Nakasong ho trovato la fregatura: avevano venduto tipo sessanta biglietti per un autobus di quaranta posti e solo dopo vari litigi e un inizio di rissa sono riuscito a prenderlo lo stesso. Poi in mezzo al nulla si è rotto il cambio e siamo rimasti a piedi. Abbiamo quindi iniziato a fare l’autostop e fortunatamente ho trovato un passaggio nel cassone di un pick-up, dove ho viaggiato insieme a due simpatici monaci e due ragazzini.

champasak

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In realtà non è proprio vero che a Champasak non c’è nulla ( mentre è sicuramente vero che non succede mai nulla ): c’è una bella vista sul Mekong, un paio di simpatiche guesthouse con veranda sul fiume, case coloniali francesi, qualche tempio buddista, una spa, un ristorante italiano e tutti sono gentilissimi ( in particolare le impiegate della banca e dell’ufficio postale ) . Volendo si può anche visitare un’isola di fronte, Don Daeng. Ma non è per questo che i ( pochi ) turisti si fermano in questa città, ci si viene soprattutto per andare a vedere il tempio khmer di Wat Phu, che si trova ad una decina di chilometri ed è un sito dell’Unesco. In realtà una volta raggiunto il posto ( faticosamente con una vecchia bici da donna ) scoprirò che se quasi nessuno si ferma in città i turisti che vengono al tempio sono molti, soprattutto grupponi di cinesi. Per fortuna ho avuto l’ottima idea di partire molto presto e sono quindi riuscito a godermi il sito in solitudine per un paio d’ore. Come ho detto in precedenza non c’è molta voglia di vedere altri templi Khmer dopo aver visto Angkor ( questo poi è stato costruito dallo stesso Re, Suryavarman II ), ma il Wat Phu è abbastanza diverso e particolare rispetto a quelli di Siem Reap, quindi vale la pena andarci e non ha senso fare confronti ( anche se su internet troverete sicuramente i soliti commenti “non vale la pena se avete già visto Angkor” ). Poi queste campagne sul lungo Mekong sono veramente belle ( anche se la stagione non era la migliore ) e si incontra tanta gente amichevolissima. In ogni caso questo tempio è stato costruito sul fianco di una collina e il suo punto forte è sicuramente il panorama dal tempio principale, veramente fantastico. Poi ci sono strane grotte, strane sculture, suggestive scalinate in lastricato affiancate da grandi alberi di frangipani in fiore e un ambiente molto sereno e spirituale. E’ anche un luogo di culto ancora molto attivo e frequentato dai buddisti laotiani.

La regione di Champasak mi è piaciuta molto, è proprio vero Laos rurale al 100%, molto diverso però da quello del Nord ( meno tribaleggiante ma in generale più aperto e amichevole ). Meno selvaggio delle 4000 isole ma anche molto meno inquinato dal turismo.

savannakhet

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A quel punto l’idea era di andare a Pakse e poi fare il classico Bolaven plateau loop in motorino, ma una volta arrivato in città ( una delle più brutte del Sud Est Asiatico secondo me ) e visto che c’era la fila di backpackers ad affittare i motorini ho deciso che non me ne fregava poi granché di andarci e quindi ho lasciato perdere. Savannakhet invece mi è piaciuta: vita lentissima anche qui ma con tutte le comodità di una città vicine, buon cibo, un grande e vivace mercato, un bel centro di case coloniali alcune recentemente restaurate e altre in vari stati di abbandono, vecchie case-negozio cinesi e locali vintage, un tranquillo vialone lungo il Mekong con bella vista sulla Thailandia. E’ una città di confine con un’anima multiculturale, oltre al viavai di thailandesi ci sono anche molti cinesi, vietnamiti e un discreto numero di expats occidentali ( come al solito da queste parti in maggioranza francesi ).

savannakhet

savannakhet

Per andare in Thailandia basta prendere uno dei frequenti bus in stazione che in mezz’ora attraversa il Lao-Thai Friendship bridge II, si ferma per le veloci formalità di confine ( qui solo larghi sorrisi e nessuna tangente richiesta ) e poi ti molla in centro nella ridente Mukdahan, che in pratica è la versione thailandese moderna di Savannakhet ( la gente sembra molto simile però ).