Sweet Bundi

bundi

Una volta lasciata Bhuj ho corso un po’ troppo, ho cambiato più volte idea e itinerario e una volta rientrato in Rajasthan ho deciso di fermarmi per almeno una settimana in un posto tranquillo, Bundi, prima di raggiungere Agra dove mi aspetta un Jodhpur-Howrah express per Calcutta. Nella città della gioia dovrò fermarmi per qualche giorno, prima di iniziare una nuova avventura in Bangladesh. In questi pochi giorni ho visto molte cose interessanti, due siti Unesco, la strana Daman, la squallida e cara Baroda, la mistica Nashik, l’anonima Jalgaon.

Ho già descritto Dhrangadhra e Daman, mentre Baroda non merita più di due parole: fa schifo. In ogni caso da quelle parti c’è un sito Unesco che dalle foto mi sembrava potenzialmente interessante, quindi mi fermo due giorni e vado a vederlo. In realtà raramente vado in un posto esclusivamente per vedere questi siti ( che invece attirano molti viaggiatori, alcuni pare che addirittura li collezionino ): se sono di passaggio e giudico un posto interessante ci vado, che sia o meno stato dichiarato patrimonio dell’umanità mi importa poco. Però in linea di massima preferisco quelli meno famosi e un po’ decadenti a quelli strafamosi tipo Angkor o il Taj Mahal. Dopo due accesi litigi con due tizi ( con uno verrò quasi alle mani ) riesco ad arrivare in qualche modo a Champaner, che è messa piuttosto male per essere un sito protetto dall’Unesco, ma è senza dubbio un luogo dal grande fascino. Questa città ha una storia forse unica in India se non nel mondo: circa cinque secoli fa in un lasso di tempo brevissimo, forse meno di 100 anni, fu trasformata da piccolo centro vicino ad un Santuario a grande capitale di un potente Sultanato e infine completamente abbandonata e inghiottita dalla giungla. Solo nel XX secolo venne riscoperta dagli Inglesi che rimasero stupiti dalle imponenti fortificazioni e dalle splendide strutture monumentali nascoste tra la lussureggiante vegetazione. Era piuttosto grande e pianificata in modo impeccabile, c’erano palazzi, strade in lastricato, moschee e laghi artificiali collegati a pozzi. Alcuni edifici sono stati restaurati abbastanza bene, soprattutto la famosa Jama Masjid, che è considerata uno dei massimi esempi di arte Indo-Islamica dell’India. Altri invece stanno per essere inghiottiti di nuovo dalla giungla, ma forse anche questo fa parte del fascino del luogo.

champaner

jama masjid

champaner

Tra Daman e Nashik ci sono solo poche ore di autobus, ma abbastanza piacevoli, il paesaggio cambia molto e si inizia ad entrare nella zona dei Ghats Occidentali, caratterizzata da bizzarri rilievi montuosi e villaggi di contadini tra le colline.

Nashik ha la fama di essere una specie di Varanasi in formato ridotto, ma in realtà è piuttosto diversa, anche se in effetti ci sono delle similitudini: sono entrambe città sante molto famose, ci si viene per i bagni rituali nel fiume, all’alba e al tramonto l’atmosfera è magica. E’ anche una delle quattro città dove si svolge il Kumbh Mela, il mitico raduno religioso che si tiene ogni 12 anni al quale ho partecipato l’anno scorso ad Allahabad. E’ una città interessante, con una bellissima città vecchia, un’atmosfera molto mistica che la pervade, un distinto “carattere” Marathi ed è assolutamente ignorata dai turisti. Chissà perché non l’avevo mai nemmeno presa in considerazione. Non molto lontano, a Trimbakshwar, c’è un tempio molto famoso che contiene uno dei 12 jyotirlings che vorrei visitare. Non è chiaro se i non induisti possano entrare o meno ma decido di andarci comunque, e alla fine si rivelerà una gita molto piacevole in uno dei luoghi più interessanti di questa parte del Maharashtra. Il tempio è moderatamente interessante ( c’era il cartello di divieto ai non induisti ma mi hanno fatto entrare lo stesso ) ma c’è la tipica, intrigante, atmosfera mistica di questi famosi luoghi di pellegrinaggio Indiani e un bello sfondo di bizzarre montagne.

nashik

nashik

nashik

trimbakshwar

trimbakshwar

Qualche anno fa passai da queste parti durante il mio viaggio dalle Sorgenti del Gange a Cape Comorin: vidi le gotte di Ellora, Grishneswar e Aurangabad, la città fondata dal diabolico Aurangzeb. Mi fermai anche a Jalgaon, ma non riuscii a vedere a vedere le grotte di Ajanta perché ci andai di lunedì ed erano chiuse. Devo fermarmi comunque da quelle parti per poter poi prendere un treno per il Madhya Pradesh  e poi un altro per il Rajasthan, quindi decido di fare un secondo tentativo alle grotte, che molti mi hanno consigliato in giro per l’India. Anche questo è un sito Unesco ma molto più famoso e frequentato di Champaner, quindi mi alzo presto e ci vado di prima mattina per evitare i grupponi dei turisti che di solito arrivano a metà mattina. La mossa è azzeccata e infatti riesco a farmi almeno un’ora tra le grotte quasi da solo, poi quando iniziano ad arrivare i primi turisti mi faccio un giro nei dintorni. Il posto è una figata. Se le grotte pur molto interessanti e bizzarre ( chissà a chi è venuto in mente di fare un lavoro del genere… ) sono nel complesso meno belle di quelle di Ellora, il tutto è compensato da una location favolosa: si trovano su un’enorme bancata rocciosa a forma di ferro di cavallo che si erge su un profondo canyon. Il tutto in mezzo al nulla più assoluto. Anche queste grotte come la città di Champaner, gli stupa di Sanchi e altri monumenti dell’India furono completamente inghiottite dalla giungla e riscoperte per caso dagli inglesi nell’800. Ci sono due viewpoints dai quali si può godere di un panorama assolutamente mozzafiato su tutto il sito.

ajanta

ajanta

ajanta

Dopo una velocissima tappa tra Bhopal e Indore raggiungo infine Kota, nel Rajasthan, dove decido di fermarmi un paio di giorni senza sapere bene perché, forse mi piaceva l’albergo. Comunque alla fine la città si è rivelata abbastanza interessante, con caotici labirinti di vicoli dentro le antiche mura, ottimo cibo Rajasthani, un palazzo in ottimo stato e una Torre di Pisa. Sì, è proprio una Torre di Pisa, quando l’ho vista al di là del grande lago artificiale non volevo crederci. Poi mi sono avvicinato e ho visto anche la Torre Eiffel, una Statua della Libertà, la Grande Piramide, il Colosseo… Non ho ben capito cosa fosse perché era tutto scritto in Hindi, ma immagino fosse una specie di Parco-Omaggio ai grandi monumenti del mondo. Qualcosa che mi sarei aspettato in Cina ma mai in India.

kota

Bundi da molti viene descritta come una città con tutto il fascino tipico del Rajasthan senza però essere turistica come Jodhpur o Jaipur: ciò è vero solo in parte. Fino ad una decina di anni fa era senza dubbio così, poi quella descrizione iniziarono a farla anche le solite guide e i blogger popolari, quindi i turisti alla fine sono arrivati anche qui. Ormai anche i turisti più pigri sono stufi dei soliti itinerari, quindi appena leggono da qualche parte qualcosa del tipo “è come il Rajasthan di 20 anni fa”, anche loro vogliono andarci. E poi ci sono i backpackers da India, quelli che fanno quello che io chiamo “il circuito”, che tra una Varanasi, una Dharamsala e una Goa vogliono andare ogni tanto anche in questi posti sulla carta “meno turistici” ( per poi potersi vantare all’ostello in Thailandia di essere stati in un posto “fuori dalle rotte battute”, dove “non c’erano turisti” e tutto costa pochissimo ). Quindi i turisti, con o senza zaino, ci sono anche a Bundi. E non sono nemmeno pochissimi, anche se ovviamente molti di meno rispetto ad altre città più note di questa regione dell’India. Se ci si aspetta il posto isolato, dove non ci sono altri viaggiatori e i locali ti osservano come se fossi un alieno, bisogna andare altrove. Ma qui almeno i locali non si sono calati le brache ai turisti come in altri posti, e se è vero che non è una città così “incontaminata”, bisogna anche ammettere che la gente è ancora genuina e vive alla “rajasthana” senza essere molto influenzata dal turismo. E anche in quelle 3 strade dove ci sono le guesthouse e i ristorantini, una volta chiarito che non vuoi comprare cazzate o mangiare spaghetti alla puttanesca, puoi farti qualche amico e qualche interessante chiacchierata disinteressata.

bundi

bundi

bundi

Grazie ad un bel post di Massimiliano trovo una guesthouse a gestione familiare per 200 rupie e pago subito per una settimana: mi basta un’occhiata per decidere che è un buon posto per fermarsi un po’ più a lungo in un ambiente rilassato. Ci sono purtroppo anche qui un paio di backpackers del peggior tipo ( quelli che vanno in giro scalzi avvolti in una coperta, e che ti guardano con aria di superiorità come se avessero capito tutto dei viaggi e della vita ). Sono questi comunque i posti dove mi piace soggiornare, dove per qualche giorno diventi parte della famiglia, mangi con loro, discuti di piccole questioni quotidiane, guardi con loro un vecchio film di Bollywood.

La vita scorre lenta da queste parti. La mattina dopo due o tre chai ( al mercato, non nella zona turistica dove ti chiedono il doppio ) e un dolce ci si può sedere da qualche parte a guardare la colorata umanità rajasthani. Puoi farti lunghe camminate senza meta, perdendoti tra gli affascinanti vicoli blu e rosa della città vecchia oppure tra le brulle campagne. Le donne, come in quasi tutto il Rajasthan, indossano sempre coloratissimi sarees di seta, mentre gli uomini ormai hanno quasi rinunciato del tutto agli abiti tradizionali, anche se si incontrano ancora tizi con turbanti multicolore, grossi orecchini o con le scarpe a punta da sultano. La sera c’è un’atmosfera magica, i negozi dei gioiellieri e dei mercanti di tessuti sono illuminati dalla luce fioca di vecchie lampadine e nei vicoli semibui ci sono gruppi di donne che chiacchierano e bambini che giocano. Mi fermo spesso dal tizio delle noccioline, che te le tosta lì sul momento e quindi le puoi mangiare calde. Alle volte i vecchi sistemi sono molto migliori di quelli nuovi, non c’è proprio paragone con quelle industriali che sanno di plastica.

Bundi era in passato una “dry town” e anche oggi malgrado le leggi del Rajasthan consentano la vendita e il consumo di alcool non è così semplice trovare il tipico “wine shop” indiano. Ma in un posto come questo un paio di cuba libre la sera ci stanno benissimo, quindi mi attivo subito per scoprire dove siano questi fantomatici spacci di liquori. Ne trovo uno ma è solo per locali, serve una specie di tessera, poi dopo altre varie indicazioni sbagliate riesco a trovarne un altro seminascosto in un vicolo: una boccia di rum costa il doppio che a Jodhpur ma va bene lo stesso.  Ho già visto il forte tanti anni fa, quindi risparmio quelle 300 rupie e vado a gustarmi il tramonto sulle fortificazioni sulle colline dall’altro lato: è davvero uno spettacolo straordinario, con la tiepida luce della sera che penetra tra le case blu e le rosse mura dei palazzi.

bundi

bundi

bundi

E’ successo a quasi tutti i viaggiatori di lungo periodo: conosci un tizio che so, a Hong Kong, e poi lo incontri di nuovo per puro caso a Cape Town. Viaggi insieme ad una ragazza tra Goa e il Kerala e poi ci vai a sbattere contro in un supermercato ad Amsterdam. A me è successo almeno 4 o 5 volte, e l’ultima proprio a Bundi. In Birmania avevo conosciuto un simpaticissimo tizio Inglese, Lee, con il quale avevo condiviso alcune belle giornate di viaggio tra il lago Inle, Bagan e Hsipaw. Avevamo trovato un angolo di Toscana sulle colline vicine al lago Inle ( con degustazione di vini in una specie di agriturismo ), splendidi bar con arredamento anni ’50 che servivano un’ottima stout alla spina e infine c’era stata una bellissima serata tra grandi viaggiatori in un ristorante Indiano di Bagan. Ci salutammo a Hsipaw, lui tornò in Thailandia ed io andai a Nord, a Mytkyina e a Bhamo.

Mentre ero all’internet cafe di Bundi ascoltai distrattamente la conversazione tra il gestore e una coppia Inglese che voleva comprare un biglietto del treno per il Kerala. L’accento del tizio mi sembrò familiare ma non riuscii ad abbinarlo ad un ricordo e quindi tornai a concentrarmi sulla mia ricerca. Qualche ora dopo mi fermai a comprare qualcosa all’emporio vicino alla guesthouse e al chai shop accanto rividi il tizio, che si alzò e venne verso di me con un’espressione stupita.

“Excuse me, are you Italian? You look like someone I met some time ago in Burma”

Era Lee. Mi offrì un chai e passammo un paio d’ore piacevoli a ricordare quei bei giorni in Myanmar e a raccontarci i viaggi fatti negli ultimi anni. Era insieme alla bella fidanzata Scozzese, con la quale aveva in progetto di andare a rilassarsi nelle spiagge del Kerala prima di andare nell’Arunachal Pradesh.

“I’m going to Bangladesh”, gli dico.

“Why? Is there something to see there?”

“I’ve no idea, my friend”.