Sulle orme degli avventurieri del passato: il fiume Mahakam

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Il fiume Mahakam, che nasce nel cuore della giungla pluviale del Borneo e si snoda per quasi 1000 chilometri nel selvaggio territorio dell’East Kalimantan, fino a sfociare nel mare nella città di Samarinda, è senza dubbio uno dei simboli più conosciuti di questa affascinante isola. In passato era considerato un fiume mitico per gli avventurieri, proprio come il Congo del comandante Kurz, e ci vollero molte spedizioni e spiriti avventurosi per rivelarne i segreti. Questa era-e in parte lo è ancora-la terra dei Dayak, i nativi del Borneo, che vivevano in piccoli villaggi in riva al fiume e ai suoi affluenti ed erano famosi per la loro cultura tribale, che prevedeva tra le altre cose anche il taglio della testa dei nemici e il cannibalismo. In realtà il termine Dayak veniva usato dai colonialisti olandesi e comprende varie tribù abbastanza diverse tra loro, dai Kenyah ai famosi Penan, gli “uomini della foresta”, che ormai sono gli unici a vivere da nomadi in queste giungle pluviali.

Oggi come è facile immaginare molte cose sono cambiate: la maggior parte dei Dayak si sono convertiti all’Islam o al Cristianesimo e purtroppo la loro intrigante cultura sta velocemente scomparendo. Quasi nessuno si fa più tatuaggi, nessuno veste abiti tradizionali e le longhouses sopravvivono solo in posti molto isolati o per i turisti. In più negli ultimi anni c’è stato un grande flusso di immigrazione da altre isole, soprattutto dalla sovrappopolata Java, e anche questo ha contribuito a cambiare sensibilmente la cultura locale. Anche dal punto di vista della natura ci sono stati molti cambiamenti, le foreste primarie tra le quali scorreva il Mahakam fino a poche decine di anni fa sono state praticamente cancellate, gli animali decimati e il paesaggio è cambiato drammaticamente.  Oggi il business che rende però non è più il legname ma il carbone: queste foreste sono ricche di questo combustibile fossile e ogni pochi minuti parte una chiatta carica dalle numerosissime miniere diretta al Porto di Samarinda. Fortunatamente la parte alta del fiume non consente la navigazione di grosse imbarcazioni e quindi quella zona, almeno per ora, è riuscita a mantenersi incontaminata.

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Viaggiare nel Kalimantan non è semplice: ci sono pochissime strade in pessime condizioni e i viaggi via fiume sono in genere scomodi e costosissimi. Il Mahakam però è un’eccezione, è in pratica una vera e propria “autostrada” d’acqua: ci sono molti villaggi sulle sue rive e un ottimo ed efficiente trasporto pubblico su longboat, che percorrono ogni giorno la tratta Samarinda-Long Bagun ( ma a seconda delle stagioni e del livello del fiume in certi periodi si può arrivare al massimo fino a Melak ). Certo anche da queste parti se si vuole vedere qualcosa dell’interno o risalire l’ultima parte del fiume i costi diventano quasi proibitivi, ma comunque ci sono varie opzioni relativamente semplici e a buon mercato.

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longboat samarinda-long bagun

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Queste longboat sono davvero splendide: dopo la delusione nel Batang Rajang, il grande fiume del Borneo nel Sarawak, stavo proprio cercando l’opportunità di fare un viaggio del genere in una vera barca “tradizionale”. Perché, diciamolo con franchezza, venire nel Borneo per fare un viaggio via fiume in navi moderne con aria condizionata è quasi tempo perso. Queste barche sono a 2 piani, con quello superiore che diventa una specie di “camerata” per dormire la notte e c’è anche uno spazio sul tetto dove sedersi e godersi il panorama. Come spesso accade in Indonesia in questi casi ( cioè fuori dai tour di Bali o di Java ) in breve si diventa amici di tutti, che sono sempre amichevoli e desiderosi di conoscere persone di altre culture. Tutti sono gentilissimi e in genere ti offrono qualsiasi cosa, dal caffè ai Rambutan, fino alle uova di quaglia. Ovviamente in questi casi parlare un po’ il bahasa indonesia è fondamentale ( è probabilmente la lingua più facile dell’Asia, anche se non si impara in un mese come dicono alcuni… ), da queste parti nessuno parla altre lingue, anzi nemmeno si pone il problema di impararle.

Non ci sono molte informazioni su internet per viaggiatori indipendenti, chi fa questi viaggi in genere si aggrega ad un tour e malgrado poi finisca quasi sempre per spacciarsi per avventuriero non ha molto di interessante da dire, soprattutto su alloggi, trasporti, cibo, ecc…. Qualcuno però, come al solito quando si parla di zone poco battute, si sente in diritto  di diffondere le classiche bufale: non vale più la pena, è troppo turistico, c’è troppo sfruttamento, i Dayak ormai sono tutti vestiti all’occidentale e altre amenità del genere. Tutte balle, o quasi. Ovviamente se ci vai con un tour vedrai qualcosa di molto diverso dalla realtà, viaggerai in una longboat privata con altri turisti, mangerai roba “addomesticata” per occidentali, vedrai lo spettacolino di danze fatto apposta per il tuo gruppo, avrai pochissimi veri contatti con i locali e un intermediario che parlerà per te. Sarai sicuramente visto dai locali come un riccone che è passato di lì, ha scattato tante foto e lasciato tanti soldi, ma nessuno si chiederà mai chi sei, perché sei andato lì, com’è la tua cultura. Certo non voglio nemmeno dire che viaggiando da indipendente sarà un’esperienza da “Cuore di Tenebra” ( tanto per citare ancora il buon vecchio Conrad ), quei tempi sono passati da un pezzo, ma sicuramente ci sarà modo di scoprire una cultura affascinante e interagire con molte persone interessanti.

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In ogni caso alle 6.30 di mattina sono pronto a partire dal piccolo porto di Samarinda ( città dal nome simpatico ma piuttosto brutta e sporca, con un clima torrido al limite del sopportabile ), mi aspettano quasi 24 ore di viaggio fino a Melak. Inizialmente volevo andare fino a Long Iram e fare un pezzo dell’interno tornando indietro ma poi ho cambiato idea, pensando che comunque sarei riuscito facilmente a vedere qualche villaggio tradizionale affittando un becak. Arriviamo nel cuore della notte e le due guesthouses economiche sono piene: non ho voglia di girare a casaccio al buio in una città che non conosco, ma quando ormai avevo deciso di buttarmi a dormire su una panchina sotto la veranda di un negozio ecco che passa per caso un ragazzo in motorino con la maglietta del Barcellona che si offre di aiutarmi. Ci sono altri hotel proprio vicino al porto e ne riesco a trovare uno ad un prezzo quasi accettabile per una notte. Il giorno dopo mi trasferisco all’altro posto economico e cazzeggio un po’ in giro cercando informazioni utili sui dintorni. La città non è bella ma, un po’ come in tutto il Kalimantan, la gente è molto cordiale e simpatica. O meglio, quasi tutti: gli ojek sono i soliti ignobili approfittatori che appena vedono un viaggiatore straniero cercano di sfruttarlo il più possibile ( anche perché da quanto ho capito ne vedono ben pochi da queste parti ) e per affittarne uno per un giorno dovrò sganciare una cifra abbastanza alta per gli standard locali, anche se poi alla fine gli darò ovviamente molto meno di quanto chiedevano inizialmente. Io non sono certo uno di quei tizi che si indignano perché il tuc-tuc gli chiede 50 centesimi invece di 30 e stanno lì mezza giornata a contrattare, ma in questo caso si parla di gente che ti chiede 30/40 euro ( che da queste parti è quasi una paga mensile per molti ) quando il prezzo onesto dovrebbe essere 5 o al massimo 10. Le strade ci sono ma il trasporto pubblico sembrerebbe quasi inesistente, ma in ogni caso sicuramente non c’è nulla per andare dove sono diretto. Vorrei vedere alcune longhouse, le ultime rimaste, e l’unico modo possibile per raggiungerle è la moto. Col senno di poi ne è valsa sicuramente la pena, ho potuto visitare tre longhouse molto belle, tra le quali quella “famosa” di Eheng ( una delle ultime ancora abitate ) e quella di Benung con dei totem davvero stravaganti all’esterno.

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Da Melak torno indietro con una long boat notturna fino a Muara Muntai, che è forse il villaggio più bello tra quelli visti in questo viaggio nel Kalimantan. E’ quasi interamente costruito su palafitte, comprese le strade, ma non è la solita accozzaglia di baracche che cadono a pezzi, ma quasi una vera e propria città molto ordinata e relativamente pulita. Questa è una caratteristica peculiare di molti villaggi del Kalimantan e la gente vive e prospera in simbiosi con l’acqua del fiume. Perfino i bagni sono su una zattera galleggiante, c’è una parte dove ci si lava e si fa il bucato o si lava le stoviglie e una cabina coperta con un buco che funge da latrina. Volete un consiglio? Non fate il bagno nel Mahakam ( e ve lo dice uno che si è fatto ben due volte il bagno nel Gange ).

Qui è veramente raro vedere dei viaggiatori che si fermano più di qualche ora ma io non ho fretta e mi fermo un paio di giorni. Il posto mi piace molto e tutti gli abitanti ( molti banjar, facilmente riconoscibili per il caratteristico cappello a punta colorato ) sono gentilissimi e super-sorridenti.

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muara muntai

mahakam

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In ogni caso mi sono fermato a Muara Muntai per poter andare a vedere la zona dei grandi laghi e i villaggi tradizionali Tanjung Isuy e Mancong, dove ci sono delle longhouse e ancora qualche traccia di cultura Dayak. Tanjung Isuy è proprio uno di quei posti che sarebbero dovuti essere “turistici”, ma in realtà è uno dei tanti villaggi in riva al lago, dove c’è una guesthouse, una moschea colorata, una longhouse restaurata e un negozio di souvenir, dove i gruppi dei turisti vanno a vedere lo spettacolo di danze tradizionali. Non so se il turismo sia in crisi ma ho avuto la stessa impressione che ebbi a Bawomataluo, a Nias, cioè di un posto che per qualche motivo era entrato nei tour classici dell’Indonesia ma poi altre mete sono diventate più “di moda” e ormai non ci viene più quasi nessuno. A me però è piaciuto molto di più Mancong, che è davvero ancora in gran parte in mezzo alla foresta vergine, è anch’esso tutto costruito su palafitte e dove la grande longhouse principale del villaggio è stata ben restaurata, anche se purtroppo oramai non ci vive più nessuno. Ma è davvero straordinario tutto il viaggio tra questi laghi bellissimi e una natura ancora in gran parte incontaminata. Ok, i tempi degli headhunters sono finiti, ma la cultura di questa gente che vive sui fiumi è realmente qualcosa di unico e molto interessante e un viaggio in questa zona è ancora una bellissima esperienza che sicuramente non deluderà le aspettative.

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mancong

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