Dholavira, vent’anni dopo Mohenjodaro

dholavira

Nei primi anni 90 iniziai a viaggiare sul serio e dopo una prima splendida esperienza in Nepal organizzai insieme ad un amico un primo overland in Asia, tra il Pakistan, l’India e il Nepal. Non fu semplice e molte cose non andarono come previsto, ma a distanza di molti anni posso dire che quel modo di viaggiare senza sapere nulla di ciò che ti aspettava era fantastico: chi è nato nell’epoca di internet non può nemmeno avere un’idea di cosa erano quei viaggi. In particolare la vera sfida  fu il Pakistan: sull’India qualcosa si sapeva, alcuni amici c’erano stati anche molte volte, ma nessuno sapeva nulla del Pakistan. Fu un viaggio pazzesco e tragicomico, 2 mesi di pura avventura ed esperienze incredibili. Dopo una settimana a Karachi decidemmo di andare a Nord, verso Lahore, e facemmo una tappa a Sukkur per vedere le rovine di Mohenjodaro, uno dei siti archeologici più importanti e misteriosi del mondo. All’epoca Sukkur era considerata una città pericolosissima e infatti il tizio dell’albergo ci accolse con un: “Cosa volete? Perché siete venuti qui?”. Poliziotti e tizi dei servizi segreti ci seguirono ovunque ma alla fine riuscimmo a raggiungere comunque Mohenjodaro, viaggiando sul tetto di un bus sotto un sole implacabile, ma si rivelò meno interessante del previsto. Ci sembrò un sito più per veri archeologi che per viaggiatori di passaggio e malgrado le molte stranezze, la location ultraremota nel cuore del deserto del Sind e gli affascinanti misteri del luogo ce ne andammo abbastanza delusi ( sul tetto di un altro bus ).

mohenjodaro

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A più di vent’anni di distanza mi ritrovo nel Gujarat e sento di nuovo parlare di questa misteriosa civiltà Harappana. A quanto pare a Dholavira, un’isola in mezzo al Great Rann of Kutch, si può visitare uno dei siti più interessanti di questa civiltà, un’antichissima città vecchia di almeno 5 mila anni. Sarà più interessante di Mohenjodaro? Decido di andare a verificare, anche perché Dholavira potrebbe essere un luogo molto interessante anche per altri motivi: è uno dei luoghi più remoti che si possano visitare in India ( ad eccezione delle zone di confine nell’area himalayana ), è circondata da un affascinante deserto ed è abitata da fieri tribali nomadi. Ci sono poche informazioni e quelle poche contrastanti: alcuni dicono che non ci si può fermare perché non ci sono né hotel né ristoranti, mentre un tizio sostiene che invece c’è un tourist lodge, anche se non si sa se sia sempre aperto. Le possibilità sono quindi due: andare a Rapar ( dove però servirebbe un permesso che non ho ) e quindi il giorno seguente fare una gita in giornata con minibus pubblici ( anche questi non certi, poi l’ultimo tornerebbe solo alle 12.30 quindi il tempo per visitare l’isola sarebbe poco )  oppure andare a Dholavira e sperare di trovare qualcosa. Essendo un viaggio “ispirato” da quello in Pakistan all’insegna della disorganizzazione di tanti anni prima opto per la seconda soluzione, più “avventurosa”, se non troverò nulla busserò alla porta di qualcuno e mi farò ospitare, non sarebbe certo la prima volta. Dopo 14 ore di viaggio si attraversa il “ponte” sul White Rann, illuminato dalla luna quasi piena, e si prosegue sull’isola fino al villaggio di Dholavira. L’autista e il controllore mi assicurano che c’è un tourist lodge e mi mollano in mezzo al nulla vicino ad un cartello arrugginito dove si legge uno sbiadito “Tourist Lodge” con una freccia. Accompagnato dalla vista di un cielo stellato fantastico mi faccio un centinaio di metri a piedi con la pila finché raggiungo un’amena costruzione in cemento con vicino una decina di bungalow costruiti come le capanne tipiche del posto, che sono molto simili ai nostri trulli. A prima vista sembra tutto abbandonato da anni, ma invece trovo un guardiano che sta guardando la tv che mi apre un trullo e poi se ne va a dormire. Due giorni dopo arriverà una corriera di turisti indiani che avevano prenotato tutto il lodge e mi trasferiranno nella stanza del guardiano, che a sua volta verrà trasferito sul pavimento del ristorante. Un bell’albergo comunque, con in servizio un vero cuoco che faceva dei thali spettacolari ( per fortuna, perché in effetti non c’erano né ristoranti né negozi nel villaggio ).

dholavira

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E’ difficile fare un paragone tra Mohenjodaro e Dholavira, soprattutto a distanza di così tanti anni, ma senza dubbio mi è piaciuta molto di più la seconda. Come ho detto in precedenza Mohenjodaro era già famosa come sito archeologico ma era in mezzo al nulla, non c’erano villaggi vicini ed era difficile da raggiungere. E fu una gita in giornata fortemente condizionata dal caldo opprimente. A Dholavira invece oltre al sito archeologico c’è un piccolo villaggio ( e altri vicini nell’isola ) dove ci si può fermare qua e là a curiosare e a conoscere la gente, oltre ad un paesaggio fantastico e unico al mondo: non è una vera isola e nemmeno un’oasi, ma la sensazione è quella di trovarsi proprio in mezzo al mare, anche se al suo posto c’è il deserto bianco che scintilla in lontananza.

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Ma chi erano questi Harappani? Perché questa civiltà è così importante per gli archeologi? E quali sono i misteri che avvolgono queste antiche città? La civiltà dell’Indo si sviluppò nella zona del fiume omonimo tra l’India e l’attuale Pakistan ed è considerata una delle tre grandi civiltà del mondo antico.  E’ chiamata anche Harappana perché fu proprio ad Harappa, in Pakistan, che gli Inglesi trovarono i primi resti e iniziarono gli scavi. Si sviluppò circa 5300 anni fa, anche se il periodo di massimo splendore fu tra il 2600 e il 1700 a.C., quando gli Harappani costruirono grandi centri urbani e iniziarono scambi commerciali con altre zone dell’Asia. Era una civiltà molto avanzata: adottavano tecnologie sconosciute all’epoca, erano bravissimi artigiani ( soprattutto nella lavorazione dei metalli e della ceramica ), ottimi agricoltori, avevano una religione e una lingua scritta. Proprio la lingua è uno dei tanti misteri, visto che i simboli usati dagli Harappani non sono ancora stati decifrati e ci sono varie teorie a riguardo, alcuni addirittura li associano ad un’antica lingua dell’Isola di Pasqua.

Un altro mistero fu la scomparsa della civiltà. Attorno al 1800/1700 a.C., per motivi ancora sconosciuti, queste città che per secoli prosperarono economicamente e culturalmente furono abbandonate e poi dimenticate. Le teorie sono varie: si va dall’invasione di popoli dal Medio Oriente, a cambiamenti climatici fino alle solite teorie-bufale che raccontano di guerre tra alieni ed esplosioni nucleari. Per alcuni potrebbe esserci stata una battaglia tra Dei con armi potentissime come quelle descritte nel Mahabharata.

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white rann

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Il sito di Dholavira è più piccolo di quello di Mohenjodaro ma ben tenuto e abbastanza interessante. La città era stata costruita seguendo uno schema ben preciso, con precise divisioni delle varie zone all’interno delle mura, imponenti strutture monumentali e un avanzatissimo ( per l’epoca ) sistema di gestione dell’acqua. E’ famosa per un’iscrizione su pietra con caratteri Harappani considerata la più antica testimonianza scritta del mondo. Nella parte centrale su una piccola collina c’era la cittadella con il castello e le case dei nobili. Come Mohenjodaro anche Dholavira fu abbandonata per motivi sconosciuti e mai più abitata.

Dholavira è realmente un luogo molto remoto con un fascino senza tempo. E’ bellissimo perdersi tra le campagne fino a raggiungere il White Rann, dove si può immaginare di essere in un mondo diverso lontano e inospitale.

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